Versione testuale

Essere padri di adolescenti - Newsletter "Spazio genitori"

silhouette 1082129 1920* di Stefano D’Angela
 
Seduti sul divano, alle otto di sera, con facoltà di poggiare i piedi, senza neanche sfilarli dalle pantofole, sul prezioso tavolino in cristallo con ruote industriali firmato Gae Aulenti. Si può fare, mamma è andata a prelevare la figlia più piccola dal corso di pianoforte e tornerà non prima di mezzora.
Io e mio figlio quattordicenne, gli uomini di casa, finalmente soli, liberi di esprimere la nostra trasandata virilità, di guardarci notiziari sportivi a rullo, ma soprattutto, di comunicarci cose da uomini al riparo da orecchie indiscrete. Si è scritto e parlato di sessualità in adolescenza, un mesetto fa, all'associazione dei genitori, ma non ho potuto partecipare a nessuno dei lavori per la matassa di impegni in cui mi sono avvoltolato, imprudentemente, negli ultimi tempi. Ma stasera è il mio momento: ce l'ho a un metro, i nostri piedi quasi si toccano (sempre sul tavolino design con ruote), ho un paio di barzellette giuste per farlo ridere e strappargli qualche involontario aggiornamento sulla fase del suo sviluppo psicosessuale, sulla qualità dei suoi rapporti socio-integranti, sulle sue proto-idee politiche e filosofiche, sulla sua consapevolezza rispetto ai pericoli che questa società opulenta e ubriaca presenta alla sua generazione. Gli dò un calcetto per richiamarne l'attenzione, lui sposta di un centimetro lo smartphone e mi guarda, con i suoi occhi grandi e neri, meravigliosi, perfettamente uguali a quelli di sua madre. Ho la sua attenzione, è il momento giusto! 'Tutto bene?', gli domando, con goffa genericità. 'Sì, perché?', risponde, tra lo stupito e il seccato. 'Come perché, Gabri? Non parliamo mai, non so niente di te se non per il tramite di mamma; siamo soli, mi vuoi chiedere qualche chiarimento, esprimere un parere, una curiosità, hai bisogno di aiuto in qualcosa?' Gli occhioni suoi belli roteano, pari a quelli del pio bove di carducciana memoria, cercando contenuti coerenti con il quesito appena postogli. Sono attimi interminabili, in cui sembra pronto a comunicare con suo padre, il suo antecedente identitario, il suo maxi-sé, di cui già ricalca fedelmente i tratti di personalità, le abilità cognitivo-verbali, le idiosincrasie motorio-prassiche. E suo padre, gonfio di amore, pende dalle sue labbra per sentire dalla sua voce ancora androgina una frase complice, una piccola rivelazione, la richiesta del significato di una parola difficile. Mi basterebbe anche il classico 'mi compreresti questo o quello?', che non sento più da quando aveva otto anni. Gli occhioni si fermano a fissare un punto, forse ci siamo. Ancora lunghissimi secondi di silenzio, in cui sta facendo il check-out del contenuto trovato, sta verificandone la riferibilità e scegliendo il linguaggio giusto per effettuare la connessione intergenerazionale. Eccolo: cambia postura, allarga le braccia, le sue labbra si dischiudono, prende fiato e...'Boing-Boing-Boing, Boing-Boing-Boing'! La suoneria del suo smartphone, quella che ha impostato per le notifiche di WhatsApp, che replica il suono di una molla da cartone animato, si intromette pesantemente nello spazio della nostra quasi-comunicazione. Con riflesso pavloviano il suo sguardo si riporta sullo smartphone e le sue dita, con velocità fulminea, vanno a picchiettare sul vitreo schermo del mai-tanto-da-me-odiato dispositivo tecnologico. Legge. Sorride. Scrive qualcosa per rispondere a qualcuno. Solo dopo altri trenta secondi si ricorda di me, del papà lasciato in attesa di riscontro alla più laconica delle domande racchiudente la più trepida delle speranze. 'Cosa mi avevi chiesto?', dice, aggrottando le folte sopracciglia, come stordito e assorbito dalla rivelazione del quarto segreto di Fatima (che non esiste). 'Tutto-bene, ti ho solo chiesto se andasse tutto bene', preciso, con la faccia del biblico Giobbe. 'Tutto bene, papà, non ti preoccupare'.
A due anni già pronunciava frasi complete di sintagmi nominali e verbali che neanche Noam Chomsky in persona avrebbe previsto. A quattro anni recitava disinvoltamente nel ruolo dell’Ulisse omerico al teatrino della scuola materna. A sei anni ci faceva rintronare la testa con le sue chiacchiere giocose e surreali, come neanche un lacaniano da salotto televisivo. A otto anni componeva poesie in rima baciata e alternata. A dieci parlavamo di scienza, di semantica, di sport, di invenzioni, di animali fantastici e dove trovarli. A dodici ci trovavamo spesso a discorrere di arte, filosofia, psicologia e astrofisica. A quattordici....il blackout!
Questa è la storia del trionfo dell'autarchia adolescenziale, del minimalismo interpersonale, della cybersolitudine. Ma, soprattutto, a pochi giorni dal 19 marzo, questo è l'epitaffio della paternità responsabile. Con buona pace di Gae Aulenti e del suo tavolino con ruote.
 

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